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Dai talenti alla squadra: la nuova forza dell’atletica italiana

3 set
Tempo di lettura: 9 min

Dalla cura del talento alla costruzione di un sistema. Il lavoro della FIDAL nell’era Mei, la

continuità tra settore giovanile e assoluto e una Nazionale che a Birmingham 2026 ha dimostrato di essere qualcosa di più della somma dei suoi campioni.


Per spiegare la crescita dell’atletica italiana degli ultimi anni c’è una risposta immediata: abbiamo una generazione di talenti straordinari.

È vero, ma è una spiegazione incompleta.

Perché una generazione particolarmente brillante può produrre campioni, può regalare una medaglia olimpica, un record, una finale mondiale.

Quello che è molto più difficile è produrre continuità, profondità e identità collettiva e soprattutto è difficile ripetersi.


L’Italia, invece, lo sta facendo.

Dopo il trionfo di Roma 2024, gli azzurri hanno conquistato nuovamente il primo posto nel

medagliere europeo a Birmingham 2026: 10 ori, 6 argenti e 6 bronzi, 22 medaglie complessive,

davanti alla Gran Bretagna. Ma non è soltanto il numero dei podi a raccontare la storia: l’Italia ha

chiuso al primo posto anche nella classifica a punti.

È la seconda vittoria consecutiva nel medagliere europeo.

Questo rende molto più difficile parlare semplicemente di una generazione fortunata, perché quando un movimento si ripete, quando continua a produrre atleti competitivi in discipline

differenti e quando riesce a mantenere la propria presenza ai vertici, allora bisogna iniziare a guardare al sistema.

Ed è proprio qui che va letto il lavoro della FIDAL guidata da Stefano Mei.


Il talento non basta

L'atletica ha una caratteristica particolare.

È uno sport individuale, ma nessun atleta arriva davvero da solo.

Dietro un 10.000 metri ci sono anni di lavoro, allenatori, società, preparatori, medici, fisioterapisti, famiglie, strutture e compagni di allenamento.

E soprattutto c'è un percorso.

Il vero problema di un movimento non è soltanto trovare il ragazzo che corre più forte a 16 o 18 anni, ma riuscire a non perderlo lungo la strada.

Tra i 18 e i 23 anni, infatti, si gioca spesso una partita decisiva. Il passaggio dal settore giovanile

all'assoluto comporta un cambiamento radicale: aumentano i carichi, cambiano gli obiettivi, arrivano università, lavoro, infortuni, difficoltà economiche e una concorrenza molto più alta.

È il momento nel quale un talento può trasformarsi in atleta di alto livello oppure uscire dal sistema.

E proprio questo è uno dei punti sui quali Stefano Mei ha posto l'accento anche dopo Birmingham 2026: per migliorare ulteriormente l'atletica italiana bisogna limitare l'abbandono nella fascia 20-23 anni.

È un'affermazione importante perché sposta l'attenzione dal risultato immediato alla costruzione del futuro.

Non basta scoprire il talento, bisogna accompagnarlo.


La filosofia di Mei: costruire il contesto

È qui che va interpretato il ruolo di Stefano Mei.

Il presidente federale non allena direttamente un atleta, non decide la programmazione di una stagione e non può essere considerato il responsabile tecnico delle prestazioni individuali.

Il suo compito è diverso: costruire le condizioni nelle quali il lavoro tecnico possa funzionare.

Nel programma con cui Mei si candidò alla presidenza nel 2021 erano già presenti elementi che oggi assumono una particolare rilevanza: sostegno ai club, attenzione all'alto livello, sviluppo del territorio e interventi destinati a rendere più strutturato il percorso degli atleti.

Nel tempo questa impostazione si è intrecciata con la continuità della direzione tecnica di Antonio La Torre e con una struttura federale sempre più orientata a collegare alto livello, territorio, ricerca, valutazione e settore giovanile.

Il concetto fondamentale è semplice: non aspettare che il talento diventi campione per occuparsene.

Creare invece una filiera nella quale il giovane possa trovare un ambiente capace di accompagnarlo nella crescita.

È una differenza enorme.


Dalla scoperta del talento alla sua maturazione

Un sistema sportivo può limitarsi a selezionare.

Un sistema più evoluto prova a sviluppare.

La differenza sta tutta qui.

Il primo cerca il talento già evidente, il secondo cerca di capire come trasformare il potenziale in prestazione.

E questo significa accettare che la crescita non sia lineare!

Un atleta può dominare a livello giovanile e attraversare una fase di difficoltà negli assoluti, un altro può esplodere relativamente tardi. Un terzo può avere bisogno di anni per trovare la propria specialità, il proprio allenatore, il proprio equilibrio.

Se il sistema considera soltanto il risultato, molti di questi percorsi vengono interrotti.

Se invece costruisce continuità, l'atleta rimane dentro il progetto.

È probabilmente questo uno degli aspetti più interessanti della fase attuale dell'atletica italiana.


E poi succede qualcosa: il talento diventa gruppo

Ma c'è un secondo passaggio, ancora più importante.

Quando tanti atleti vengono accompagnati attraverso un percorso comune, può nascere qualcosa che va oltre la prestazione individuale: un'identità di squadra.

È un concetto apparentemente strano per l'atletica.

Si corre da soli.

Si salta da soli.

Si lancia da soli.

Il cronometro misura una persona, non una squadra.

Ma la Nazionale può cambiare completamente questa prospettiva.

Quando arriva la maglia azzurra, il risultato individuale diventa anche un risultato collettivo.

Ed è proprio questa sensazione che sembra essersi rafforzata negli ultimi anni.

Il campione non è soltanto il campione, è parte di un gruppo.

Il giovane non è soltanto quello che deve conquistare il posto, è quello che, un domani, potrà rendere più forte il gruppo.

E il successo di un compagno non viene percepito come qualcosa che sottrae spazio, ma come

qualcosa che alza il livello di tutti.


La Nazionale che si sostiene

È forse questo il cambiamento più interessante da osservare.

Non necessariamente qualcosa che si misura con un cronometro, ma che si misura nei comportamenti.

Nella capacità di un atleta di rimanere a bordo pista dopo la propria gara.

Nel campione che festeggia il giovane.

Nel giovane che guarda il campione come un riferimento e non come una figura irraggiungibile.

Nella disponibilità a condividere esperienze, difficoltà, emozioni.

In una parola: appartenenza.

E non è un caso che il concetto di squadra sia stato più volte sottolineato dalla stessa struttura tecnica azzurra.

L'atletica italiana contemporanea sembra avere sviluppato una consapevolezza nuova: si può essere avversari individualmente e compagni collettivamente.

È una caratteristica preziosa.

Perché crea un ambiente nel quale la prestazione di uno può diventare uno stimolo per tutti gli altri.


Roma 2024: la prima grande conferma

Gli Europei di Roma 2024 sono stati il primo grande manifesto di questa trasformazione.

L'Italia chiuse la rassegna davanti a tutti, con 24 medaglie, e mostrò una profondità che andava ben oltre i pochi nomi già conosciuti.

Velocità, mezzofondo, marcia, salti, lanci e staffette.

Tante discipline, tanti protagonisti, tanti percorsi diversi, ed era possibile interpretare quel risultato come l'esplosione di una generazione irripetibile.

Ma la vera domanda sarebbe arrivata dopo: era un picco o era diventato un sistema?

Birmingham 2026 ha fornito una risposta molto significativa.


Birmingham 2026: la conferma che non era un caso

Due anni dopo Roma, in un contesto completamente diverso, l'Italia ha nuovamente chiuso gli

Europei al primo posto.

10 ori, 6 argenti, 6 bronzi: 22 medaglie.

E soprattutto, primo posto anche nella classifica a punti.

Seconda vittoria consecutiva nel medagliere europeo.

Questo dato vale forse più della singola medaglia perché il medagliere premia soprattutto chi vince.

La classifica a punti racconta invece quanto sia profonda una Nazionale.

Quanti atleti arrivano in finale.

Quanti riescono a portare punti.

Quante specialità hanno un rappresentante competitivo.

Quanta parte della squadra è realmente in grado di confrontarsi con il miglior livello continentale.

E Birmingham ha confermato che l'Italia non vive soltanto sulle prestazioni di alcuni fuoriclasse.


Battocletti, Iapichino, Diaz, Tamberi: i campioni

Naturalmente, una squadra forte ha bisogno di campioni.

E l'Italia ne ha.

A Birmingham Nadia Battocletti ha conquistato il titolo europeo dei 5000 metri, confermandosi

ancora una volta protagonista assoluta del mezzofondo continentale, Larissa Iapichino ha vinto il

lungo con 7,00 metri, mentre Andy Díaz ha conquistato il titolo nel triplo.

Sono nomi che raccontano il talento.

Ma non raccontano tutto.

Perché una Nazionale non arriva prima nel medagliere grazie soltanto ai suoi fuoriclasse.

Ci arriva quando, accanto ai campioni, esistono finalisti, medagliati, giovani emergenti, atleti

esperti e staffette competitive.

È questa la differenza tra una collezione di individualità e una squadra.


L'immagine perfetta: la 4×400

Se si dovesse scegliere una sola immagine per rappresentare il concetto, probabilmente sarebbe quella dell'ultima gara di Birmingham.

La 4×400 maschile.

Edoardo Scotti, Luca Sito, Mohamed Soudassi e Lorenzo Benati.

L'Italia ha vinto l'oro battendo la Gran Bretagna di appena tre centesimi: 2'59"16 contro 2'59"19.

È stata l'ultima gara del programma.

E quella vittoria ha consegnato agli azzurri il primo posto definitivo nel medagliere.

È difficile immaginare una metafora più efficace.

Nessuno dei quattro avrebbe potuto vincere quella gara da solo.

Il risultato dipendeva dalla capacità di mettere insieme quattro prestazioni, di fidarsi del compagno, di passare il testimone nel modo giusto e di arrivare fino all'ultimo metro.

E proprio l'ultima gara ha deciso il primo posto dell'Italia.

È quasi la fotografia dell'intero movimento.

Il talento individuale serve, ma è la somma dei talenti, quando diventano squadra, a fare la

differenza.


Il vero risultato è la profondità

Guardare soltanto il medagliere rischia comunque di far perdere il punto.

La vera notizia di Birmingham non sono soltanto i dieci ori.

È che l'Italia ha avuto abbastanza atleti competitivi da mantenere il primo posto anche nella

classifica a punti.

Questo significa profondità.

E la profondità è ciò che distingue una generazione da un movimento.

Una generazione può avere quattro fenomeni, un movimento forte ne produce decine di atleti capaci di competere ad alto livello, li accompagna, li sostiene e continua a generarne di nuovi.

È esattamente la direzione nella quale la FIDAL sembra voler andare.


Il lavoro di Mei non è correre: è creare le condizioni

È importante, a questo punto, non cadere nell'errore opposto.

Non sarebbe corretto attribuire a Stefano Mei le medaglie di Battocletti, Iapichino, Díaz, Tamberi o di qualunque altro atleta.

Quelle medaglie appartengono agli atleti e ai loro tecnici, alle società, alle famiglie, ai preparatori, ai medici, ai fisioterapisti e a tutte le persone che lavorano quotidianamente intorno a loro.

Ma sarebbe altrettanto semplicistico sostenere che la governance federale sia irrilevante.

Un presidente non fa il lavoro del tecnico, costruisce il contesto nel quale quel lavoro può essere svolto.

E il contesto comprende risorse, strutture, organizzazione, sostegno agli atleti, rapporti con le società, sviluppo territoriale e continuità tecnica.

Mei ha scelto di mantenere la direzione tecnica di Antonio La Torre e di rafforzare progressivamente una struttura che cerca di mettere in comunicazione il settore giovanile con l'alto livello, ed è proprio questa continuità che potrebbe rappresentare uno degli elementi più importanti della sua gestione.

Non la ricerca della soluzione miracolosa bensì la costruzione progressiva di un sistema.


Il prossimo obiettivo non è soltanto vincere

E forse la dichiarazione di Mei dopo Birmingham è, sotto questo aspetto, la più interessante.

Il presidente non ha parlato soltanto di medaglie.

Ha indicato come uno dei prossimi problemi da affrontare proprio l'abbandono degli atleti tra i 20 e i 23 anni.

È una prospettiva che cambia la lettura di tutto il progetto, perché significa che il vero obiettivo non è semplicemente mantenere il numero degli ori.

È fare in modo che il ragazzo che oggi corre un 13"80, salta 7 metri o lancia 70 metri possa avere un percorso che gli permetta, fra qualche anno, di confrontarsi con chi oggi è sul podio.

Il futuro della Nazionale si costruisce molto prima della convocazione, si costruisce quando ancora nessuno conosce il nome dell'atleta.


Da una somma di campioni a una cultura sportiva

Forse è proprio questo il passaggio più importante dell'atletica italiana contemporanea.

Non siamo davanti soltanto alla somma di alcuni talenti eccezionali, stiamo vedendo emergere una cultura di squadra.

Una cultura nella quale il campione affermato diventa riferimento, il giovane diventa risorsa, e il risultato di uno può diventare la motivazione dell'altro.

È un meccanismo virtuoso.

Il giovane spinge il campione a non sentirsi arrivato, il campione mostra al giovane cosa significhi stare ai massimi livelli.

Il successo di uno aumenta la fiducia degli altri.

E la fiducia produce prestazioni, le prestazioni producono risultati, che a loro volta, rendono più credibile il sistema agli occhi delle nuove generazioni.

È così che nasce una tradizione.


La vera medaglia è quella che non si vede

Forse, allora, la fotografia più significativa della Nazionale italiana non è quella dell'atleta sul gradino più alto del podio.

È quella degli azzurri che, dopo la propria gara, rimangono a bordo pista.

Che applaudono.

Che festeggiano.

Che si incoraggiano.

Che vivono il risultato del compagno come qualcosa che appartiene anche a loro.

Perché l'atletica rimane uno sport individuale.

Ma la Nazionale può trasformare una serie di individualità in una comunità sportiva.

E quando questo accade, il risultato diventa quasi una conseguenza.

Roma 2024 aveva fatto pensare che l'Italia stesse vivendo una generazione straordinaria, ma Birmingham 2026 ha aggiunto un elemento decisivo: quella crescita non sembra essere stata un

episodio.

Due Europei consecutivi vinti.

Profondità nelle classifiche.

Campioni affermati.

Giovani che arrivano.

Staffette competitive.

E, soprattutto, una Nazionale che sembra avere sviluppato qualcosa che non si misura con il

cronometro: la capacità di sentirsi squadra.

È probabilmente questo il risultato più importante del lavoro di un movimento.

Perché un campione può nascere per talento.

Una squadra, invece, si costruisce.

E se l'atletica italiana riuscirà a mantenere questa continuità tra settore giovanile, società, tecnici e Nazionale assoluta, il vero obiettivo non sarà semplicemente difendere il primo posto nel prossimo medagliere.

Sarà molto più ambizioso: fare in modo che il prossimo campione italiano non sia un'eccezione, ma la naturale conseguenza di un sistema capace di coltivare, accompagnare e unire il talento.





Luca DENNI

Osteopata D.O.

Chinesiologo LSM

 
 
 

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